SCULTURE PERTURBANTI
Gianni Cavazzini - Parma 1992
“Perturbante”, secondo la definizione di Schelling accettata da Freud, è ciò che dovrebbe restare segreto, nascosto, e che invece affiora dalla nostra vita psichica. Quel che ci turba, secondo Freud, non è ciò che è estraneo e nuovo, ma ciò che ci è familiare fin dai tempi antichissimi e che è diventato a noi estraneo per effetto del processo di rimozione.
Questa dimensione “inquietante”, che pervade ogni scrittura psicoanalitica, può costituire il giusto tratto per accostare i legni di William Vitali: questi vecchi rottami, voglio dire, ormai ridotti al più totale abbandono, talvolta al limite della decomposizione, vicini al grado estremo dell’inconsistenza. Legni, però, che hanno servito l’uomo in tempi ormai lontani, tant’è che portano ancora tracce, sia pure labili, di una precisa identità, di una consolidata funzione.
Dunque Vitali li ha visti, questi rottami, li ha scrutati nelle loro piaghe dolorose, ricercando, magari, gli indizi di sottese “connessioni” (per usare ancora un termine freudiano) con il mondo del vissuto. Li ha guardati, insomma, con molto rispetto, li ha restaurati, per preservarli nell’idea più profonda di esistenza: poi li ha lavorati. Per farne sculture.
Sono proprio sculture, queste che Vitali ci presenta ad una svolta del suo cammino di “artista”. Perchè qui siamo ai “difficili bordi dell’arte”: e perciò, stando sempre con Freud, in una situazione di confine, contiguità e reversibilità topologica.
Sono opere d’arte, in termini astratti, beninteso: così l’oggetto ricreato da Vitali assume un ruolo d’incontro tra i modi diversi dell’esperienza. Diciamo: tra sensibilità e razionalità, tra esperienza individuale del profondo e esperienza collettiva della conoscenza più esterna dell’uomo.
Sulla morfologia della forma astratta, e sulle sue intrinseche possibilità di sviluppo, s’incentra, a ben guardare, il lavoro intenzionale e concentratissimo di Vitali: che incide e fessura, che gioca sui pieni e sui vuoti, che impreziosisce il legno con sapienti dorature, che sottolinea con smagata ironia le allusioni “colte”: da storia dell’arte, ma per ritrarsi, ogni volta, in tempo. per evitare il gusto corrivo della citazione.
Così costruite, spinte verso il “bordo” di una situazione al confine, le sculture di Vitali, questi antichi legni ricreati da una passione esclusiva, ora, e finalmente, possono “parlare”: alla gente che passa per strada, e dunque al mondo vivo di cui già hanno fatto parte: nell’altra esistenza.
Sono dunque, e davvero, “perturbanti”: nel senso che richiamano in superficie qualcosa di nascosto, ma di familiare alla nostra vita: come si ha, del resto, da ogni opera d’arte.


TOTALIZZAZIONI MAGICHE
Alessandra Greppi - Parma 1992
Ho vissuto i tuoi “legni”. “Legni” che vivono dell’estetico. E per estetico intendo sensibile alla struttura che collega. Sensibilità o arte di vedere., quando un legno, abbandonato e disfatto e logoro e inutile, diventa luogo di potere. Significante diacronico e sincronico. Totalizzazione magica.
Dove la totalizzazione è la figura della pazienza storica. Di una storia, tutta, minuziosamente, gelosamente conservata. Nelle fenditure, nei nodi, nelle fratture, nelle rugosità, nelle sagomature, nelle segmentazioni, nelle torsioni, nelle erosioni, nelle sfaldature, nelle fessurazioni, nelle pressioni, nelle levigature, nelle colorazioni, nelle patine, nelle spezzettature, nei buchi, nei rimaneggiamenti, nelle tarlature, nelle screpolature...
Ho guardato, ascoltato: pezzi di roveri che raccontano d’infanzie e giovinezze nei boschi, di acquazzoni e di nebbie, di tane e di nidi, di accette e di pialle, di cavalli e di biade, di gioghi, di soglie, di porte, di travi, di perforazioni, di cunei di ferro, di chiodi ricurvi, di soffitti affumicati, d’amori e di pianti.
Storia, tutta, duramente portata addosso nel lavoro, nel servizio, nella forza, nella prestazione, nell’uso, nella funzione, nella fatica, nel disfacimento...
Mi sono fermata: li ho rivissuti nello spazio che i “legni” abitano e raccolgono nelle nuove posizionature, spazio quasi assoluto, abissale, dove si teme di posare il piede.
Le intitolazioni mi affascinano: come non essere sensibile alla struttura che collega questi “legni”, nella loro essenzialità, nella loro astrattezza, ad un immaginario di significato? Ho visto, non ho chiuso gli occhi: sincronie del nostro divenire quotidiano, segni della nostra civiltà materiale. E delle nostre traslazioni cultutrali ed ideologiche.
Ma, dentro, sentivo l’angoscia dell’essere sempre e comunque implicata nel gioco, dell’essere fin dal principio dentro il gioco. Della vita, della storia, del disfacimento. Sculture inquietanti, drammatiche, proprio perchè “legni”. E tuttavia sculture della dignità: senza il tragico della fine nè il rimpianto dell’origine, ma traccia delle trasformazioni, dei cambiamenti, delle fatiche e delle potenzialità.
Totalizzazioni magiche. Sfilettature consunte e consumate del passato si laminano d’oro e i legni, oggi, hanno ancora “patito”, quel tocco di doratura che quasi si nasconde o si fa prorompente, imperante. E sanno anche raccontate di un gesto, ironico o sacrale, di recupero dello sfinito frammento del mondo. Occhio dorato che vede e si vede dentro il gioco, sempre e comunque. Totalizzazioni magiche dell’estetico.

SCULTURE CHE MUSEIFICANO L'ESTINZIONE.
Alessandro Bosi - Parma 1994
William Vitali ci propone relitti di legno, rimasugli di un’esistenza giunta ai suoi esiti estremi e che solo attende di essere inghiottita dal ventre della terra. La sua procedura ci è nota da quando, nel 1991, espose per la prima volta nella Galleria “Le Stanze di San Paolo” del Comune di Parma questa sua nuova ricerca.
Vitali recupera pezzi di legno abbandonati con tracce di lavorazione umana, e interviene poi su quei rottami con estrema cautela fissando, con impregnanti e con vernici solo di rado colorate, lo stato di decomposizione.
Non vi è in lui l’intenzione di piegare quei resti a un disegno precostituito, ma, al contrario di aderire alla loro intima struttura, assecondarne le tracce più riposte, sottolinearne il casuale valore formale. Sul legno non si posano le mani di un Prometeo civilizzatore che trasforma le cose secondo il proprio vantaggio.
William Vitali sembra piuttosto ricercare, nelle cose come sono, quella potenzialità recondita che spesso trascuriamo e talvolta finiamo con l’ignorare del tutto. Così è con gli oggetti, gli utensili, i congegni che usiamo quotidianamente e dei quali, per lo più, valorizziamo un numero limitato di prestazioni rispetto a quelle di cui potremmo godere. E ugualmente, nelle relazioni pretendiamo che siano codificati solo determinati comportamenti, richiamando i nostri interlocutori e noi stessi al rispetto delle parti assegnate. Neppure delle nostre potenzialità psicosomatiche, intimoriti dallo scoprire attitudini mai sperimentate, siamo davvero curiosi. Il più vero spreco che dovremmo deprecare, consiste nel negligere le possibilità contenute nelle concrete situazioni di vita sperimentate nella quotidianità.
A queste riflessioni ci indirizza Vitali, ostinato nel prendere atto della situazione così come si presenta e nell’assumerla come un patrimonio da preservare e valorizzare.
Perfino un legno in decomposizione nasconde opportunità straordinarie, purchè gli si dia la parola, purchè lo si metta nella condizione di esprimersi. Nel mettere in scena gli anfratti, le corrosioni, le combustioni che segnano il suo corpo, e dunque la sua storia, William Vitali scompone l’estinzione nella processualità dei suoi diversi stadi, ci mostra, ecco l’uso saltuario e comunque parco del colore, il diversificato intervento degli eventi e il lavoro mai uniforme del tempo.
Ora il legno fa mostra di sé nella compiutezza e la decomposizione, che è della sua propria vicenda, diventa fatto esemplare consegnato alla coscienza di chi ne assume la lezione bensì provocatoria, ma certo non urlata, al contrario sussurrata, quando non dissimulata. Il legno, dopo l’intervento di William Vitali, non ci è restituito in forma gradevole e consolatoria, non è il reperto che fa bella mostra di sé nel salotto buono inducendoci a considerare, dopo una riflessione piena di pretese, quali tesori nasconda la natura. Non è in alcun modo oggetto da ostentare: neppure la decomposizione è stata resa raccapricciante dalla mano oseé di un artista che intenda solleticare il disgusto. Gli impregnanti e le vernici che ne hanno fissato i tratti, non gli hanno sottratto la caratteristica di oggetto in estinzione, così come può apparire a tutti noi in una casa diroccata o in un vecchia fabbrica dimessa, che sta andando in rovina.
Al passo svelto di una civilizzazione che coglie la fungibilità delle cose e delle relazioni in vista del principio di prestazione, questo artista sembra qui opporre, evocando una contrapposizione d’altri tempi, la parsimoniosa attitudine della cultura nel conservare con le cose il loro senso compiuto e i valori che la tradizione loro attribuisce.
Poi Vitali procede alla contestualizzazione dell’estinzione e lo fa, per lo più, attraverso una struttura in ferro appositamente progettata. Il metallo avvolge il legno e in alcuni casi lo attraversa, ma non per ferirlo, si direbbe piuttosto per sorreggerlo, o forse per infondergli nuova linfa vitale. Ora l’intervento dello “scultore” si è fatto deciso. Il ferro è stato tagliato, saldato, piegato a un disegno. Non è più risolutivo lo sguardo consapevole su un relitto e il trepido lavoro delle mani per disseppellirlo e ripulirlo. Ora è necessario ben altro. Il ferro evoca il fuoco degli altiforni, le ciminiere fumanti, l’industriosità degli uomini uniti in collettività.
Infine tra il ferro e il legno William Vitali stabilisce una sintoniche sembra dire di un più plausibile e intimo rapporto fra civiltà e cultura. La loro distinzione appare ora improponibile.
L’uomo che si proietta oltre i confini del proprio corpo non abbandona la propria natura, non tradisce il proprio essere per confondersi con l’ordine antagonista della civiltà. Nell’individuare il legno, nell’afferralo, nel sistemarlo in un’architettura, l’arista compie il solo gesto elementare di esprimersi, di proiettarsi cioè oltre sé medesimo attraverso la modalità che più gli è propria, quella simbolica. Nella sintesi dell’atto espressivo, l’operazione conservatrice della cultura e quella trasformatrice della civiltà appaiono il frutto di una medesima e originaria vocazione.
Ma il ferro non è solo materia, lavoro organizzato e società. E’ anche la spazialità, il respiro, la prospettiva della struttura che William Vitali ha realizzato. E’ architettura che acquisisce valenza estetica.
L’operazione è stata densa, carica di significato, ma nell’esito non vi è alcunché di concettuale. L’opera compiuta ha finalmente dissolto le mediazioni attraverso le quali si è venuta realizzando e ci consegna alla nostra osservazione come oggetto museificato.
Il nostro non è certo il primo artista che mette in mostra un oggetto della quotidianità.
Ma non va sottovalutato il fatto che in questo caso si tratti di un relitto prossimo alla consunzione.
Nel museificare l’estinzione William Vitali suggerisce l’idea che quest’ultima potrebbe avere una durata e la si potrebbe scomporre in un processo tendenzialmente senza fine.
In questo, l’opera di Vitali, come giustamente osservò Gianni Cavazzini, è perturbante nel senso che porta in superficie ciò che dovrebbe stare nascosto e sepolto. Credo sia opportuno partire proprio dall’intuizione di Cavazzini per leggere le sculture di William Vitali.
I suoi legni sono perturbanti, azzardo, perché ci dicono il tempo, la durata della consunzione e dell’agonia. Ci dicono che l’estinzione non è un atto repentino e irreversibile, e la disperazione, come ci insegnò Kirkegaard, ha le sembianze “del moribondo quando sta agonizzando senza poter morire”.
Davanti alle sculture di Vitali, viene a galla il presentimento inquietante di una condizione che non è solo un personale modo di vedere le cose, ma un discorso sul presente al quale non ci possiamo sottrarre.

LEGNI INTIMI
Daniele Degiorgis - Torino 2005
Nel recente lavoro di ricerca di significato estetico di William Vitali, ancora vecchi rottami di legno, disfatti dall’abbandono e prossimi all’inconsistenza, con tracce quasi impercettibili degli oggetti che furono. Ma non più, come negli anni ’90, legni-sculture-installazioni che, intrecciandosi e articolandosi con il ferro, inquietavano lo spazio pubblico delle piazze o introducevano un inciampo nel movimento all’interno degli edifici. Bensì, ora, soltanto pezzi di asse, talvolta di modestissime dimensioni, “quadri” da appendere alle pareti. Resti di tavole schiantate che furono parti di mobili, di pavimenti, di porte, di scuri; che furono forme artigianalmente ordinate nell’ordine di “quella casa”, prima dell’abbandono, dei tarli, delle crepe, dei cedimenti, dei crolli; prima della rovina irreparabile di oggi.
Legni più intimi dunque, di poco spessore spaziale, di minore provocazione sociale; legni del pensiero espresso sottovoce, dei sentimenti trattenuti; legni di un’altra età della vita.
Legni assottigliati che erano ormai un impasto di tarli, di muffe, di terra, di vermi, di pioggia, di vento: legni quasi nullificati dal risucchio inesorabile della natura.
Legni dei luoghi del disfacimento e della malinconia, scelti uno ad uno per la loro peculiare, “estetica”, perdita di forma e consistenza; legni salvati con il restauro conservativo come preziosi reperti. Rottami ecosistemici esiti, appunto, prima della natura-albero, poi dell’uomo-falegname, poi ancora della natura-consuntrice e infine dell’uomo-artista.
Legni quindi “astratti”, ricontestualizzati, quali opere d’arte, per come sono stati recuperati e ravvivati; e perfezionando, infine, la loro nuova identità con la doratura o con i colori, in un significare ben oltre la decorazione e, quasi sempre, altro dall’ironia e dalla citazione.
Permane evidente e fondante, in ogni opera, la scelta di Vitali di non dare forma, come a non voler colludere con la “creazione”, limitandosi a cogliere/raccogliere, quando possibile, e a “umanizzare”, le forme terminali dell’estetica “non bella” del destino.
Infine è opportuno notare che negli ultimi mesi le opere di questo artista e amico procedono non solo dall'utilizzo di rottami esclusivamente "informi", ma anche decisamente geometrici e strutturati: vecchi bancali di legno (pallets) ormai inservibili, ove la serialità industriale e commerciale della loro fattura e del loro precedente impiego evoca un certo paradigma del panorama odierno della nostra Civiltà - considerato anche il dato visuale oggettivo che il nostro territorio/paesaggio è disseminato di questi oggetti -. Paradigma ancora una volta rivoluzionato dalla loro ricontestualizzazione artistica: "mutazione" in cui questi relitti della più odierna contemporaneità, pur morti ed esclusi dal giro del profitto, sembrano rivelarsi un buon affare figurativo nel "portare" un nuovo spunto estetico.